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Adozioni

Quando un sogno diventa realtà

 

Paolo ha bisogno di tutti noi

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 paolo.familiari@libero.it

paolo.familiari@eninabv.eni.it

 

o aderire al progetto delle adozioni a distanza

 

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(causale "adozioni a distanza bambini congolesi", inserire nella causale anche il proprio indirizzo di posta elettronica)".

 

Si chiama Marveil Silba Poaty e nel 2005 aveva 15 anni. E' il piccolo rugbysta della grande famiglia messa in piedi da Paolo Familiari in Congo che la Società Rugby Sondalo ha adottato a distanza. Nel 2006 Marveil ha dovuto lasciare il gruppo dei mini rugbysti del Congalie e la scuola per andare a vivere a Brazzaville.

Su segnalazione di Paolo Familiari, in sostituzione di Marveil Silba Poaty che non fa più parte del gruppo, alla Società Rugby Sondalo è stato affidato un altro piccolo rugbysta del Congalie: Kombo Destin, un ragazzo di 16 anni che nel 2006 frequenterà la seconda Liceo e che tutti i giorni si fa 2 Km a piedi per raggiungere la scuola.

 

 

Ricorderò sempre il giorno in cui un mio carissimo amico, nel momento in cui raggiunsi una tappa fondamentale della mia vita, mi regalò una piccola pergamena su cui c'era scritto:

 

La vita è piena di sogni

vivi per realizzarli

e quando li realizzi

ti accorgi che vale la pena vivere

 

Da allora, ho ripensato spesso a quella frase, tutte le volte in cui la mia vita mi sembrava difficile, tutte le volte in cui pensavo di non potercela fare, tutte le volte in cui volevo rinunciare ai miei ideali per ritornare con i piedi per terra, perché mi accorgevo che il mondo era ben diverso da come me lo immaginavo guardandolo con gli occhi di un bambino.

Avevo riflettuto molto su quella frase, è vero, e pensavo di averne colto perfettamente il senso, eppure solo adesso che sono passati sei anni mi accorgo che in realtà non avevo mai capito il suo profondo significato.

Forse perché la nostra vita non è mai stata poi così difficile, forse perché quelli che noi chiamiamo sogni spesso non sono altro che capricci, forse perché abbiamo sempre avuto tanto e ci perdiamo dietro a false chimere, ci danniamo per raggiungerle ma poi, arrivati alla meta, ci accorgiamo che non era quella la felicità. Ed allora cominciamo a desiderare qualcos'altro, e corriamo corriamo... corriamo senza mai fermarci a riflettere su cosa stiamo facendo e dove stiamo andando. E poi un giorno ci accorgiamo che in realtà "non era quella la vita che volevo", e rimpiangiamo di non averla vissuta come quando la sognavamo da piccoli di aver permesso che qualcuno chiudesse i nostri sogni più segreti in un cassetto di aver rinunciato ai nostri ideali voltandogli le spalle

Ma c'è qualcuno che oggi il proprio sogno l'ha raggiunto, qualcuno che non ha mollato la presa, qualcuno che ha continuato a lottare per realizzarlo, che non si è dato mai per vinto anche quando gli altri lo guardavano solo come un idealista, come un sognatore.. perché certe cose sono difficili da realizzare, perché non si può cambiare il corso delle cose... .o il mondo...

Questo qualcuno oggi ce l'ha fatta, si chiama Paolo Familiari, ex rugbista professionista che oggi vive a Punta Nera, in Congo, in quella che chiamiamo Africa nera, dove si è trasferito con la sua famiglia per motivi di lavoro. E qui Paolo un bel giorno l' ha riaperto quel cassetto senza in realtà sapere bene in quale impresa si sarebbe imbattuto, perché quel sogno al primo spiraglio di luce è sgusciato via veloce ed improvvisamente ha ripreso vita, forma e colore e così è volato via lontano, trasformandosi in un aquilone, e si è innalzato nel cielo caldo dell'africa, all'inizio timidamente, finché un giorno, maestoso, ha preso finalmente quota sullo splendido sfondo di un rosa tramonto africano.

Era un sogno chiamato rugby, una passione abbandonata perché la vita a volte ci impone delle scelte chiedendoci di tralasciare ciò a cui teniamo di più. Una passione però mai dimenticata, rimasta in fondo al cuore di Paolo... un cuore grande come solo il sole dell'Africa al tramonto sa essere.

E in Congo Paolo è ritornato a giocare a Rugby, finché non si è trovato di fronte a quella che sarebbe stata la più grande sfida della sua vita .allenare una squadra di quaranta bambini congolesi. Bambini che per raggiungere il campo dove si allenavano tutti i sabato mattina facevano chilometri a piedi nudi... bambini che non frequentavano la scuola e che vivevano nella Cité, la parte della città abitata solo dai locali bambini che a volte non parlavano bene nemmeno il francese, lingua ufficiale del Congo... bambini che appartenevano al mondo di nessuno, dove tutto è meno di niente, dove la fame e gli stenti sono la regola, dove la povertà e le malattie bussano ogni giorno alla porta dove la morte arriva sempre in anticipo e Gesù non viene nemmeno per piangere perché li non c'è posto nemmeno per le lacrime, e ogni istante della vita è vissuto come se fosse l'ultimo.

E così, settimana dopo settimana gli allenamenti si sono fatti sempre più intensi, i bambini si sono impegnati sempre di più, hanno incominciato ad aspettare con ansia il sabato e la domenica per andare a giocare, si è riaperta nei loro cuori la speranza.. quella speranza che viene dall'avere qualcosa in cui credere, per cui lottare, vivere e sognare... e il sogno di Paolo ha cominciato a prendere sempre di più forma, vita e colore. Il sogno di portare quei quaranta bambini in Italia, per farli partecipare al torneo di rugby Topolino, che ogni anno si tiene a Treviso.

Ecco l'inizio di questa storia, una storia fatta di anni ed anni di allenamenti, di incontri, di telefonate di contatti con le testate giornalistiche sportive, con le associazioni del calcio e del rugby, di una valanga di mail di persone sconosciute .chi offriva somme in denaro chi dava il suo supporto morale .chi voleva semplicemente dire la sua opinione. E piano piano la cosa si 'e fatta più grande di quel che si potesse pensare la notizia è stata diffusa sempre più, servizi fotografici e reportage sulla storia di questi quaranta piccoli rugbisti congolesi sono stati trasmessi da emittenti radio e televisive finché anche personaggi influenti se ne sono interessati... e il torneo Topolino giorno dopo giorno sembrava sempre più vicino...

Ed è stato così che, mercoledì scorso, dopo una lotta all'ultimo minuto per ottenere visti, passaporti ed autorizzazioni burocratiche, dopo notti passate in bianco a Brazaville perché all'ultimo minuto, proprio quando la cosa sembrava già fatta, sembrava che stesse per saltare tutto, un gruppo di 16 bambini congolesi, accompagnati da quattro adulti, hanno lasciato Punta Nera.. tra gli applausi della folla e delle autorità locali giunte all'aeroporto per porgere loro il saluto per auguragli buona fortuna e con tanta tanta speranza nel cuore

Solo sedici, perché per gli altri 24 non c'era stato nulla da fare, non si era riusciti ad avere i permessi perché non avevano un passaporto, un'identità, una famiglia, o una data di nascita anche approssimativa... erano bambini che probabilmente avevano perso i genitori durante la guerra, e da Brazaville erano scappati a Punta Nera erano soli, insomma figli di nessuno.

Ma dal momento in cui misero piede su quell'aereo dell'Air Gabon, proprio da quel momento preciso, ebbe inizio l'avventura italiana. Un'avventura fatta di privilegi incredibili che non avevano mai avuto ed ai quali non erano abituati.. come un paio di scarpe nuove o una coca cola tutta per se come un gelato o un lecca lecca come un pasto caldo o una coperta con cui coprirsi la notte come vestiti nuovi e puliti o come un pacchetto di caramelle mangiate una dopo l'altra come se fossero noccioline.. come l'acqua calda per lavarsi tutto questo e tante tante altre cose ancora...

Un'avventura cominciata a Roma, con l'udienza dal Papa, l'incontro con la Roma calcio, il Colosseo, i Fori imperiali.. e poi i palazzi, i negozi e tutti quei bianchi.. quei bianchi che correvano sempre, tutti vestiti dalla testa ai piedi entravano nei negozi e ne uscivano pieni di pacchetti e mangiavano patatine ed hamburger al McDonald's e guidavano auto di lusso.. su strade perfettamente asfaltate.. non c'erano buche per terra lì.. non c'era né sabbia né fango.. non c'erano carretti che vendevano baguettes e non c'era nemmeno un taxi bianco e blu .

Al torneo partecipavano squadre di bambini da tutte le parti d'Italia... e sapevano dell'arrivo della Congalie.. ed avevano paura di giocare con loro perché erano troppo forti e poi correvano così veloci, e placcavano tanto, anche se quella era la prima volta che giocavano una vera partita, anche se le loro gambe erano gracili rispetto alle altre, anche se avevano negli occhi un'espressione mista tra paura e stupore.. e lacrime calde gli rigavano il volto quando erano delusi da come la loro squadra aveva giocato. Piangevano perché non volevano deludere le aspettative di chi aveva tanto creduto in loro, per non vedere quel sogno infranto.

Eppure non hanno perso nemmeno una partita, anche se non sono arrivati primi per una questione di numero di mete, è stata l'unica squadra imbattuta del torneo.

E dopo la tensione di quei giorni, quando ormai tutto era finito, quando il ritorno a casa era ormai vicino, quando tutti li avevano accolti a braccia aperte manifestando grande ammirazione ed entusiasmo .proprio allora tutto il loro spirito africano è venuto fuori... e la loro gioia è esplosa trasformandosi in danze e canti tribali accompagnati dal suono di un bongo e da quel momento è stata solo gioia, gioia e lacrime .ma lacrime dei grandi, lacrime di Paolo, di Thierri, di Thomas e di Celestino lacrime di tutti coloro che avevano visto il loro mondo, la loro vita, la loro Africa Nera lacrime di gioia, nel vedere quei bambini finalmente felici e sereni, spensierati come i nostri bambini felici anche se solo per un attimo, anche se presto tutto sarebbe finito e sarebbero ritornati alla loro vita di prima, al loro villaggio, alla loro Cité.

C'è qualcuno che ha detto che quei soldi avrebbero potuto essere spesi meglio... ma niente avrebbe potuto essere meglio della gioia di quei 32 occhioni scuri .né quintali di cibo, né container di vestiti avrebbero potuto dar loro quell'attimo di intensa felicità

C'è qualcuno che pensa che quando i nostri sogni si realizzano ci rendiamo conto che non contavano nulla... sarà perché i nostri sogni di solito riguardano solo noi stessi, desideriamo ardentemente qualcosa e quando la otteniamo ci accorgiamo che non era poi così importante... perché non ci rendiamo conto che l'unico modo per essere veramente felici è rendere felice qualcun altro. Eppure cosa avrei dato per poter vedere il nostro mondo con gli occhi di quei sedici bambini quel mondo che ci sembra così scontato, perché tutto ormai ci è dovuto, quel mondo di cui non ci accorgiamo nemmeno più, e che a volte ci fa quasi schifo solo perché qualcosa è andato storto.

Paolo ha dovuto dire grazie a tanta gente in questi giorni.. a tutti quelli che l'hanno appoggiato, a tutti quelli che gli hanno procurato fondi, vestiti, scarpe.. a tutti quelli che gli sono stati vicini e che hanno creduto in quest'avventura.

Però un grazie l' ha ricevuto anche lui, un uomo, probabilmente il padre di un bambino di un'altra squadra, gli si è avvicinato e gli ha detto "Grazie, grazie per aver portato questi bambini in Italia, grazie per avergli dato questa opportunità" e poi si è allontanato in silenzio.

Ed allora Grazie, grazie da parte di tutti noi. Grazie anche adesso che l'avventura è finita, anche ora che i bambini sono ritornati in Congo dove tutti gli hanno fatto una grande festa.

Grazie anche adesso, perché ora Paolo ha un altro sogno, quello di far studiare questi bambini con un progetto di adozioni a distanza. E di riuscire a portare in Italia anche gli altri 24 per il torneo Topolino del prossimo anno, dopo aver dato loro una identità, una data di nascita. Continua così Paolo, non mollare, insegui anche questo sogno senza arrenderti mai.. vivi per realizzarlo, e quando lo realizzerai ti accorgerai che anche questa volta valeva proprio la pena vivere.

Teresa Schiavariello

 

lettera tratta da www.rugby.it